COW-T: A History Vol. 3 – Occhi su Minthe

(Questo post è il terzo di una serie che riassumono l’intera trama del Multiverso cui è ispirato il COW-T, la prima e la più grande sfida a squadre del fandom italiano, così come gran parte di questo stesso sito. Le iscrizioni del COW-T chiudono venerdì o al raggiungimento di 60 iscritti: www.landedifandom.net/cowt8-iscrizioni/)

Minthe era uno degli unici due pianeti abitati di quella Landa: foreste lussureggianti, deserti misteriosi, canyon scavati dai terremoti e pianure incontaminate si alternavano senza soluzione di continuità, mentre i continenti erano circondati dalle acque più salate e minerali che Manila avesse mai sfiorato con le punte dei suoi piedi delicati.

La Veggente chiuse le mani a coppa intorno alla sfera che pendeva dalla sua collana, percependo le vibrazioni magiche del cristallo a venti faccette chiuso al suo interno. Si chiese ancora una volta perché la bussola del suo potere l’avesse condotta fin lì, ma questa volta ottenne una risposta dagli echi delle sue visioni.

Avrebbe condotto Minthe a un’epoca di pace, per mezzo della guerra.

I Crest non credevano nel destino, se non in quello che ogni individuo si forgia da sé; eppure, Fermat fu convinto che l’incontro con quella ragazzina potente e misteriosa fosse ineluttabile.

I Faràs, i più piccoli e insieme i più potenti tra quelle genti, credevano in molti dei; eppure, Santhé non riusciva a collocarla nel proprio pantheon.

I Phade credettero di averla evocata attraverso uno dei loro Rituali di Sangue; eppure, Mivein inorridiva alla blasfemia dello spargimento di sangue progettato.

I Suthi avevano fatto molta fatica ad esprimere un loro rappresentante per quella battaglia, perché in tanti si erano proposti volontari; eppure, Jun’oh pianse calde lacrime all’idea di essere il prescelto della propria razza.

A un gesto della Veggente, nella più grande delle città di ciascuna razza sorsero magici obelischi, in cui i quattro popoli avrebbero dovuto raccogliere l’energia ottenuta combattendo con tutte le proprie forze. Ma mentre le razze vincevano effimere glorie e perdevano per poi provare a riscattarsi, Manila sentiva un palpito che nessuna magia le aveva mai suscitato.

Una sera, mentre le due lune di Minthe sorgevano insieme per la prima di otto notti consecutive, scivolò nel giaciglio del capo dei Crest, sfiorandone le labbra con le proprie, soffiando via il suo sonno per risvegliare i suoi sensi. Si concesse a lui, traboccando di una passione mai provata prima: e nonostante questo riuscì a restare imparziale fino all’ultimo istante della competizione, quando i Crest, appassionati dai fiammanti discorsi di Fermat, riversarono ogni goccia della propria energia nelle fiale luminose che portavano con sé, e accesero il loro obelisco per primi.

Fu allora che le visioni tornarono ad affollarsi negli occhi velati di Manila, ed ella comprese, un po’ triste, che non era quello il suo destino. Fermat era stato il primo a farle battere il cuore, ma il Cristallo aveva disposto altrimenti.

Con dolore di entrambi, si lasciarono, convinti di non vedersi mai più.

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